M A S A D A, l’ultima fortezza → FOTO esclusive!
Altri magici orizzonti esplorati da Marco Picistrelli, il nostro amico e fotoreporter che stavolta si avventura alla volta di Masada, l’antica fortezza giudaica risalente al I secolo a. C.
Simbolo di potenza regale o scrigno inespugnabile della memoria “zelota”. Questa è Masada o Metzada, se preferite, l’antico palazzo di Erode il Grande, fatto fortificare tra il 37 a. C. ed il 31 a.C., che si erige su uno sperone di roccia alto 400 metri, su un altopiano immerso nella depressione del Mar Morto.
Tra le bionde nubi di sabbia e sotto il sole battente della Giudea sud-orientale, è scolpita la pietra antica di Masada, custode silente di storie inerpicate sulle quaranta torri di venti metri che vegliano su un passato già troppo remoto.
Come le rughe d’un vecchio narrano la sua vita, così le crepe tra una pietra e l’altra della fortezza rivelano al visitatore incantato una storia che si perde nella notte dei tempi. La fama di Masada si deve soprattutto alla sua inespugnabilità. Come Marco ci dice: «I romani l’assediarono per oltre due anni insediandosi sotto di essa con due campi, ma non riuscirono in nessun modo a conquistarla, fino a quando non escogitarono un sistema assolutamente ingegnoso costruendo una immensa rampa a terrapieno e delle gigantesche torri semoventi in legno. Resosi conto della disfatta ormai imminente, il capo zelota Eleazar Ben Yair, parlò alla sua gente inducendola ad un suicidio collettivo per spada (estratti a sorte per gruppi, gli uomini della comunità uccisero le donne e i bambini togliendosi poi la vita a vicenda). Questa sembrò loro essere una sorte preferibile ad un sicuro stato di schiavitù in cui avrebbero perso, oltre alla libertà personale, anche quella di culto.
Quando i Romani entrarono per saccheggiarla trovarono solo corpi e macerie in fiamme, questa per loro fu quasi una sconfitta morale ed invece una grande prova di orgoglio per i ribelli che preferirono la morte alla sottomissione.
Questo episodio ancora oggi viene ricordato dai giovani israeliani con orgoglio tanto che al compimento della maggiore età visitano questo luogo per pronunciare un giuramento morale a se stessi “Mai più Masada cadrà”».
Il sentiero a forma di serpente che sale lungo il fianco della montagna è un’apoteosi di sorprese paesaggistiche. Dopo circa un’ora di cammino con la voglia di chi, nonostante la stanchezza, non riesce mai ad averne abbastanza, finalmente si giunge alle mura del forte. Cinque metri di cinta muraria che si estende per un perimetro di un chilometro e mezzo.
Il paesaggio da quassù lascia letteralmente senza fiato: un panorama a 360 gradi che l’obiettivo fotografico e lo sguardo non possono fare a meno di contenere e, al contempo, di rendere immortale. Ingoiati dalle distese dormienti del deserto della Galilea, i nostri visitatori riescono a rivivere sensazioni inedite di antiche storie sepolte dalla sabbia; mentre lo scorcio ceruleo del Mar Rosso sembra quasi voglia salutarli da lontano.
Le rosse rocce striate e screziate dal giallo fosforo riposano come custodi indisturbati nel silenzio infinito della distesa desertica, a metà strada tra la quiete del nulla e la paura del sublime.
Lo stesso brivido di sorpresa che risale lungo la schiena non appena si scorgono le vestigia dei due accampamenti romani sottostanti, perfettamente visibili e che sembrano ancora intatti, quasi come se lì il tempo si fosse realmente fermato. Sembra ci sia ancora qualcuno. Qualcuno che, forse, aspetta ancora che Masada cada.
S i l v i a R u s s o
“…ancora una volta Silvia Russo e Marco Picistrelli ci emozionano con racconti e immagini che rappresentano appieno l’amore e la passione per quel che sanno fare meglio: scrivere e fotografare!” (G.C.)

