La suggestione di un viaggio nel cuore dell'Oriente.
Un viaggio tra Cielo e Spiritualità. Un'esperienza psico-filosofica di spiritualismo intrinseco che trova voce solo nel silenzio, un diario di bordo fotografico che mira alla cultura e alla
conoscenza orientale e alla differenza tra società dell'immagine e società dell'ascolto.

ott 25, 2011

ARRIVEDERCI TIBET!

…è giunto al termine, dopo ben 10 giorni di viaggio, l’affascinante e coinvolgente avventura nel mondo e nella religione tibetana.
Un viaggio nel cuore dell’Oriente tra Cielo e Spiritualità, un’esperienza resa unica grazie alla passione del nostro amico e fotoreporter Marco Picistrelli!!

La nostra avventura è giunta al termine, ritorniamo a Leh dove partiremo il giorno dopo alla volta di Dehli, con i cuori pieni di amore e gli occhi di bellezza.

Lascio questa regione del mondo che segnerà ormai la mia storia individuale e umana in maniera indelebile, un esperienza unica e forse irripetibile per un “fotografo di viaggio” quale io mi considero.

Vi ringrazio per aver condiviso con me questo “diario di viaggio” e vi saluto con una frase di Sant’Agostino “IL MONDO È UN LIBRO E CHI NON VIAGGIA NE CONOSCE SOLO UNA PAGINA”.

Jolee… Jolee… (“ciao” in tibetano).

ott 17, 2011

Giorno 10 – un ultimo bellissimo giorno

…è giunto al termine, dopo ben 10 giorni di viaggio, l’affascinante e coinvolgente avventura nel mondo e nella religione tibetana.
Un viaggio nel cuore dell’Oriente tra Cielo e Spiritualità, un’esperienza resa unica grazie alla passione del nostro amico e fotoreporter Marco Picistrelli!!

 

Lasciata la valle di Padum “l’isola felice”, che rimane isolata dal resto del mondo per 9 mesi all’anno a causa della neve, ripercorriamo a ritroso tutta la strada che attraversa l’Himalaya ed a notte inoltrata giungiamo e pernottiamo nuovamente a Kargil.

IL BUDDHA SCOLPITO NELLA ROCCIA

Il nostro viaggio volge al termine, dobbiamo tornare a Leh dove c’è l’aeroporto.

Ci muoviamo all’alba e attraversiamo piccoli villaggi e campi coltivati, giungiamo a Mulbekh. Qui visitiamo il piccolo gompa di Chamba Lhakang che racchiude al suo interno la grande statua di Maytreya, il Buddha del futuro, rappresentato in piedi con la veste drappeggiata; un bassorilievo di otto metri, scolpito nella roccia nel VI° secolo.

LA “CAPPELLA SISTINA DEL TIBET”

Ma ancora una meraviglia ci manca all’appello: il Monastero di Alchi, chiamato per la sua raffinata bellezza e per l’eleganza delle sue antichissime opere “LA CAPPELLA SISTINA DEL TIBET”.

Al suo esterno una facciata lignea quasi “barocca” di una straordinaria bellezza e soprattutto all’interno statue pregiate, bassorilievi elaboratissimi, affreschi preziosi raffinati e minuziosi ne fanno un vero e unico capolavoro dell’arte Buddista.

Secondo la tradizione popolare, fu Rinchen Zangpo a costruire – in una sola notte – tre complessi, nella valle del Ladakh: Alchi, Mangyu e Sumda.

L’entrata al dukhang del monastero di Alchi presenta n ottimo esempio dell’arte kashmiri dell’intaglio del legno e il sacrario della sala offre statue in gesso e il Vairocana centrale. Anche l’entrata al tempio a 3 piani, o Sumtsek, è scolpita, con figure incorniciate da dettagli architettonici secondo lo stile templare del Kashmir, là diffuso sin dall’VIII° secolo.

Particolare caratteristica invece propria dei templi del Ladakh dell’epoca, sono le colossali figure di Bodhisattvas, generalmente alte come due piani degli edifici e modellate sostanzialmente col fango all’interno dei santuari.

Il dothi di quella all’interno del Sumtsek di Alchi, che rappresenta il Bodhisattva Avalokitesvara e che misura circa 5,5 m, è ornato da belle pitture che offrono la più ricca testimonianza visiva della cultura del Kashmir di quell’epoca: santuari e divinità buddhisti e brahmanici, musici e danzatori, principi a caccia a cavallo ricoprono minuziosamente tutta la superficie dell’indumento.

L’influenza persiana è riscontrabile nell’accuratezza dei dettagli e la miniaturizzazione degli oggetti.

Del complesso di Alchi  fa parte anche il tempio Manjushri Lakhang, nel quale 4 figue del Bodhisattva Manjushri, sedute su altrettanti troni-leoni marcano i 4 punti cardinali e con ogni probabilità impugnavano un tempo una spada, una freccia, un fior di loto e un manoscritto.

LE RUOTE DELLA PREGHIERA

Le abbiamo viste per tutto il viaggio in tutti i monasteri, negli angoli delle strade e addirittura portabili, sono le cosiddette “Ruote delle preghiera: anche dette chokhor (ruote della legge), costituiscono uno strumento di preghiera buddista esclusivamente tibetano per la crescita spirituale e la guarigione, che porta sempre incisa l’iscrizione mistica “OM MANI PADME HUNG”.

Le ruote di tipo portatile sono anche dette mulini della preghiera e sono delle ruote cilindriche con un coperchio removibile che nasconde una cavità entro cui è attorcigliata una striscia di carta di riso su cui sono scritti antichi Mantra (invocazioni al Buddha).

Quando la ruota gira, la preghiera che porta al suo interno si sbriciola nell’aria e il vento la trasporta in tutto il mondo verso le dieci direzioni.

Si crede che ad ogni rotazione del mulinetto corrisponda una recitazione del mantra, per cui questa pratica religiosa permette di accumulare meriti e generare un buon Karma per la vita successiva.

Le persone fanno girare la ruota di giorno e di notte, mentre conversano o riposano, in pratica ogni volta che hanno le mani libere, mormorando il mantra. I Buddisti la girano in senso orario, i seguaci di Bon in senso antiorario.

Esistono però ruote di preghiera di diverso tipo e dimensione e non tutte sono portatili. Attorno ai luoghi sacri e agli ingressi dei paesi sono collocate file di ruote più grandi, poste su supporti di legno a beneficio dei pellegrini e dei viandanti. Esse sono costruite per ricevere influssi positivi dall’acqua che scorre, dalla luce delle fiamme e dal soffio del vento che le muovono, e per poter poi trasmettere questo karma positivo a chiunque le faccia ruotare.

.

ott 11, 2011

Giorno 9 – il Monastero di Karsha

Karsha Chamba Ling è il più grande monastero dello Zangskhar con una comunità di 80 berretti gialli.

Nella parte scoscesa sottostante questo gompa sono presenti delle bianche case visibili anche da molto lontano; sarebbero proprio le case di questi insediamenti a dare il nome a questo luogo, dKarSha, ovvero “la bianca coppia”.

Il Monastero di Karsha è dedicato a Maitreya, ovvero al prossimo Buddha, successore di Gautama Buddha, la cui rinascita è attesa dai buddhisti di tutto il mondo come un evento unico e di grande pace. La profezia della venuta di Maitreya è presente nella letteratura di tutte le tradizioni buddhiste anche se non vi è accordo tra le differenti tradizioni sulla storia della sua vita, né di come egli realizzerà il suo destino.

Secondo le tradizioni buddhiste sarebbe stato Gautama Buddha stesso a predire il nome del proprio successore, sostenendo di non essere il primo Buddha e di non essere nemmeno l’ultimo.

Collegato sia a Tungri che a Padum con strada carrabile, il gompa è frequentato da molti turisti che lo raggiungono in fuoristrada. I monaci hanno addirittura ottenuto il permesso di replicare nei mesi estivi la festa religiosa che si tiene in inverno ed alla quale presenziano solo i più avventurosi che si spingono sul tchadar, cioè sul fiume Zangskhar ghiacciato, dopo esser giunti a Leh in aereo.

Il Monastero di Karsha fu costruito dal «traduttore dello Zangskhar» Phagspa Shesrab nell’XI° secolo e quattro secoli dopo il maestro Shesrab bZangpo promosse l’adesione, da parte dei monaci, alla riforma di Tsongkapa.

Arrivati al nucleo centrale del monastero si entra nel grande cortile dove si svolgono le danze religiose delle maschere Cham.

Cinque templi compongono il monastero: alcuni racchiudono pitture murali di stile indo-kashmiro, altri contengono due grandi statue di Buddha. Sulle pareti vi sono rappresentate divinità tantriche e i cinque Buddha supremi. Fra le colonne della navata centrale vi sono i seggi del Dalai Lama e del fratello; dietro ad essi immagine di Lasho Cho Rimpochè, sormontata da una corona dorata nella quale sono incastonate pietre preziose e turchesi. Alle pareti quattro grandi statue di Sakyamuni, Tsongkapa e le due Tara. Infine il pemzokang, la biblioteca, contiene i testi sacri, una statua di Sakyamuni e delle belle pitture murali con immagini dei vari Buddha.


ott 4, 2011

Giorno 8 – il Festival di Karsha Gustor

É arrivato il giorno clou dell’intero viaggio in Tibet, il Festival di Karsha Gustor.

Durante tutto il viaggio non abbiamo fatto altro che attendere questo evento unico al mondo, un occasione irripetibile per un fotografo per poter cogliere l’essenza e il cuore di questo meraviglioso popolo.

Il festival si svolge nel Monastero di Karsha; nel corso del Festival i monaci eseguono danze rituali indossando stupendi costumi e maschere.

I riti, dal cerimoniale complesso prevedono celebrazioni che possono riguardare la sacralità del sito dove fu costruito il monastero (Gustor) o l’evocazione di Guru Rimpoche fondatore del gompa.

Il festival dura due giorni: nel primo si recitano i mantra (canti tibetani religiosi) per celebrare le divinità protettrici del monastero, mentre nel secondo seguono le danze rituali che ricordano le altre divinità e i demoni. Un momento importante del rituale consiste nella esposizione sulla parte frontale del monastero di un maestoso tanka (dipinto su tela e gesso) che raffigura il fondatore del monastero circondato dalle principali divinità(spesso Padmasambhava e i Bodhisattva).

Sulla cerimonia domina la figura Lama Rimpoche, il monaco principale, reincarnazione del fondatore del Gompa, che siede su un sontuoso trono affiancato dai lama anziani, disposti in ordine di importanza.
Vengono indossati dai Lama addetti alla rappresentazione, abiti in tessuti broccati, la musica e i tamburi ritmano le danze dei monaci che maneggiando spade e strumenti simbolici narrano gli eventi che diedero luce alla nascita del Buddismo Tibetano.

Oltre al significato religioso l’evento costituisce un momento di socializzazione e di festa per la gente del villaggio che vive una difficile vita di lavoro in un ambiente naturale non fra i più ospitali e generosi nel mondo.

Migliaia di persone giungono per partecipare alla ricorrenza e trasformano l’evento in un‘apoteosi di colori e un momento di incontro tra la popolazione contadina dei villaggi che orbitano attorno al monastero.

set 26, 2011

Giorno 7 – la splendida quotidianità di una casa tibetana

Siamo a Padum nel centro della catena Himalayana, un paese che fino a pochi anni fa era isolato dal resto del mondo perché raggiungibile solo a piedi dopo lunghi giorni di marcia.

Ci alziamo con le ossa rotte dopo le 15 ore di jeep del giorno precedente… Oggi visiteremo in questa vallata il BARDAN GOMPA uno dei monasteri più nascosti dello Zanskar, situato in una scenografia a dir poco spettacolare. Per raggiungerlo dovremo procedere a piedi inerpicandoci lungo uno stretto sentiero di montagna…

Già in lontananza ci appare un posto incredibile, lontano dal tempo e dallo spazio, ci sembra quasi impossibile da raggiungere data la sua posizione arroccata su uno sperone roccioso al culmine di una gigantesca montagna dalle forme lunari.

Giungiamo in cima con grande fatica (a queste altitudini lo sforzo è triplicato) ma il panorama ci lascia senza fiato, le macchine fotografiche cominciano a scattare quasi impazzite dalla bellezza del luogo.. d’altronde un posto così capita solo una volta nella vita!….

Il Monastero Bardan o Bardan gompa è del XVII secolo e appartiene alla Dugpa-Kargyud, ordine monastico tra i primi ad aver stabilito un monastero in questo luogo. Il monastero raggruppa anche numerosi eremi più piccoli ed è costituito da un “Dukhang” grande o aula magna, che contiene alcune grandi statue di figure, e diversi stupa in terracotta, bronzo, legno e rame (lo Stupa è un monumento buddhista, originario del subcontinente indiano, la cui funzione principale è quella di conservare reliquie. Il termine, che deriva dal sanscrito, letteralmente significa “fondamento dell’offerta”).

Qui incontriamo, nell’ultima stanza in alto sul tempio, un suggestivo personaggio, con indosso un copricapo texano e un gilet, assolutamente insolito per essere un buddista ma estremamente gentile e simpatico nei modi, che in inglese ci spiega di essere il discendente della famiglia reale che viveva nella valle ed oggi è custode del Monastero.

Dopo un breve pasto al sacco, ci dirigiamo in un paese vicino dove è prevista (grazie ad un accordo con la nostra guida) una visita presso una famiglia tibetana.

Nel paesetto incontriamo dei bellissimi bambini che giocano con noi e a cui piace farsi fotografare; più in là intravediamo le famose caprette da cui si ricavano le meravigliose e morbide “Pashmine”.

Veniamo accolti con cordialità dalla famiglia tibetana che ci fa accomodare nella propria abitazione; ci fanno sedere su dei bellissimi tappeti, fatti a mano da loro, per offrirci un caldo tè con latte di Yak. Successivamente ci fanno visitare la loro casa, straordinaria nell’idea di come è concepita e perfetta per le loro necessita: al piano interrato c’è la stalla con gli animali, compreso lo Yak, dove un buco sul soffitto permette al calore degli animali di scaldare il piano superiore (riscaldamento ecologico-termico) dove c’è una grande cucina e dove si vive l’intera giornata. Sopra sono disposte le camere per riposare e altre stanze usate come ripostiglio o magazzino (bisogna considerare che gli abitanti rimangono chiusi in casa per circa tre mesi d’inverno con temperature esterne di – 40 gradi centigradi); all’ultimo piano, infine, c’è la stanza più bella..che nella case tibetane è sempre quella dedicata alla preghiera.

Torniamo a Padum al tramonto, l’ultima foto la dedico ai campi di orzo…..

set 19, 2011

Giorno 6 – dormire sul Tetto del Mondo

Oggi è il giorno del passaggio sulla catena montuosa dell’Himalaya!!

Partenza da Kargil all’alba: ci inoltriamo nella valle dello Zanskar, una strada con dei passaggi scavati nella roccia a precipizio sul vuoto e dove l’unico tuo desiderio è non incontrare un veicolo in senso opposto!!

Il viaggio è massacrante: 15 ore per fare 230 chilometri.. la nostra meta è Padum, un paesino nascosto per secoli alla civiltà occidentale (per fortuna aggiungo io), le cui tradizioni sono rimaste intatte come intatti sono i valori e la religiosità delle persone che lo abitano.

Durante il percorso il panorama cambia in continuazione, sembra di vedere un film su tutte le possibili conformazioni montane del pianeta terra, uno scorcio appenninico all’inizio, poi zone desertiche con rocce lavorate dall’acqua e dal vento molto simili alle “montagne rocciose” degli Usa, e ancora, scenari lunari con crateri, per giungere infine al top, quello che tutti noi aspettavamo, “la grande montagna”, il 7000 si para davanti ai nostri occhi con una maestosità quasi commovente, è il Nerhu 7.300 metri circa.

Un ghiacciaio ai sui piedi immenso scende come un grande fiume in piena, mentre fotografo penso: “quanto tempo ancora rimarrà cosi splendido…si scioglierà come tutti i ghiacciai per il rialzo termico globale?”. Spero intimamente che tanti altri possano assistere a questo spettacolo….

Incontriamo poi il mitico abitante e padrone del luogo lo “Yack”, il maschio viene detto Drong, mentre per le femmine si utilizza il termine Dri o Nak, vive solo sulle montagne del Tibet, del Pamir e sulle pendici Himalayane, fino a6000 metri di altitudine, regioni quasi del tutto prive di vegetazione arborea; d’inverno, durante le bufere di neve, si accovacciano uno di fianco all’altro con la testa rivolta all’interno ed attendono la fine della tempesta, sopportano temperature fino a -40 gradi centigradi!!!.

In Tibet viene utilizzato come animale da soma e da sella, oltre a fornire carne, latte e lana. I suoi escrementi, seccati al sole in forma di mattonella, costituiscono un importante combustibile in alcune zone aride e quasi prive di vegetazione arborea.

La specie selvatica si era estinta in Mongolia già nel XVIII secolo, e sono in pericolo anche le piccole mandrie selvatiche qui in Tibet, a causa della caccia e dell’espansione della pastorizia.

In quote così alte credevo di trovare un clima molto più freddo, invece indosso un semplice giubbetto antivento, non avevo calcolato che questa zona del Tibet è una delle più aride della terra e le temperature solo d’inverno raggiungono decine di gradi sotto lo zero.

Arriviamo finalmente a Padum letteralmente coperti di polvere (le jeep non hanno l’aria condizionata e dovevamo viaggiare col finestrino aperto), attraversiamo un centro abitato fatto di case di pietra e fango,  escrementi di Yack essiccati e ammucchiati in pila con fascine e stuoie che gli fanno da tetto, qualche negozietto, entriamo in albergo (si fa per dire), doccia con secchio d’acqua e cena a lume di candela…ma non è un appuntamento galante non c’è proprio la corrente !

Ma le comodità europee in questo posto stonerebbero comunque e poi il tutto viene ripagato quando vado in camera, attraverso grandi finestre di legno intravedo i riflessi rosati dei “7000″ innevati al tramonto  …mi sto addormentando “sul tetto del mondo”!!

.

set 13, 2011

Giorno 5 – la Valle della luna e la croce uncinata

Sveglia alle 4 di mattino: lasciamo il paesino di Leh per trasferirci a Kargil posta sul confine del Pakistan.

Un viaggio molto lungo ed impegnativo…luoghi impervi e strada accidentata.

Poche ore dopo, infatti, dobbiamo fermarci a causa di una frana che blocca il passaggio sulla strada principale. Alcuni operai si danno da fare per rimuoverla e per rendere il passaggio nuovamente praticabile. Nessuna segnalazione di pericolo, nessun cambio di corsia, la valle è bloccata… le jeep e i camion si fermano, le persone scendono e parlano fra di loro tranquilli… sanno che un masso può fargli perdere un giorno di lavoro ma non è un problema, la “fretta” è un vocabolo sconosciuto, qui tutto è scandito solo dal ritmo imposto dalla natura.

Dopo aver perso un paio d’ore sulla tabella di marcia, in prossimità di Lamayuru, attraversiamo “la valle della luna”, un paesaggio irreale ai nostri occhi: una cascata di massi dorati che sembrano venir giù come una valanga, da una quota di 6000 metri!

Ancora pochi kilometri di tornanti a precipizio sul vuoto e avvistiamo, forse, il più bel Monastero del Ladakh, caratterizzato da una scenografia spettacolare e unica ne suo genere: pietre di 40 metri piantate a terra come lame di coltello gli fanno da cornice, una posizione incredibile che affaccia proprio sulla “valle della luna”.

Il Monastero di Lamayuru, fondato nell’XI secolo da Mahasiddhacarya Naropa, è uno dei più antichi della scuola Lamaista Buddista detta dei “berretti rossi”. Attualmente è uno dei più grandi monasteri indiani con una popolazione di 150 monaci residenti. Il monastero, appartenente alla setta drigungpa, ha dato rifugio, in passato, fino a 400 monaci, molti dei quali sono ospitati nei gompa dei villaggi vicini.

Lamayuru ospita ogni anno due festival di danza, nel secondo e nel quinto mese del calendario lunare tibetano, quando tutti i monaci dei gompa vicini, si riuniscono in questo monastero per pregare.

Una particolarità: fotografando ho notato in alcuni angoli del monastero un simbolo inquietante, una “croce uncinata” ma che qui ha un significato ben preciso. Nell’antichità infatti il monastero si chiamava gYung-drung (dal tibetano: gYung-drung che significa “svastica”), un simbolo popolare nella Bon, e gYung-drung-bon è anche il nome della religione Bon.

Lasciamo il monastero appagati dalla bellezza del luogo e facciamo un ultima sosta ristoratrice prima di arrivare a Karkil, ci fermiamo nel punto preciso dove un grosso affluente entra nel fiume Indo, il suo colore marrone scuro (dovuto ai detriti fangosi) crea un affascinante effetto cromatico, simile ad inchiostro versato in un bicchiere d’acqua limpida.

In serata giungiamo a Kargil stremati ma felici. La gente non è più la stessa; lo notiamo dai modi e dai gesti. Non siamo più in Tibet ma, di fatto, in Pakistan e gli abitanti, in maggioranza musulmani, sono Indiani- Pakistani.

.

 

set 5, 2011

Giorno 4 – il monastero di Hemis e il vangelo sconosciuto di Gesù

Prosegue l’affascinante scoperta dell’anima, della cultura e della religione tibetana…

Ci svegliamo ancora incantati e storditi dalla bellezza di questa valle….oggi cercheremo di raggiungere il Monastero di Hemis, conosciuto anche per il suo festival dedicato al Signore Padmasambhava.

Lungo la strada però la nostra guida ci propone un incontro molto “particolare”; a pochi chilometri dal nostro percorso, in un piccolo paesino sulla piana dell’Indo, sembrerebbe ci sia una donna con delle capacità esoteriche e divinatorie, una sorta di chiaroveggente……

Non ce lo facciamo ripetere due volte, siamo già pronti obiettivi in spalla!! Ci viene raccomandata, però, la massima discrezione poiché nella casa di questa donna accorrono molte persone , anche dai paesi limitrofi, con gravi problemi di salute…nella speranza di una guarigione.
Giungiamo sul posto ed entriamo, ci posizioniamo negli angoli di una stanza fra le persone locali che ci guardano con circospezione, quando improvvisamente, con un incedere lento e sacrale, entra questa donna anziana che nei modi e nella gestualità solenne, quasi rituali, dà inizio alle funzioni; da quel momento assistiamo ad una cerimonia iniziatica vera e propria che si conclude con la richiesta, da parte delle persone presenti, di consigli, previsioni o guarigioni…..

La mia fotocamera ormai scatta da sola, in una stanza pregna di fumi e essenze misteriose, assisto ad alcune pratiche e riti benefici, ma anche ad alcune scene inquietanti: una giovane, ad esempio, si dimena e si agita in terra come colpita da qualcosa di superiore e intangibile finchè si accascia in lacrime come liberata da un peso.

Un esperienza unica e toccante dalla quale anche alcuni miei compagni di avventura si sono lasciati coinvolgere.

Proseguiamo, quindi, per la meta prefissata: il Monastero di Hemis!

Questo Gompa è la più grande istituzione monastica in Ladakh. Appartiene alla Lineage Drukpa o l’Ordine del Drago Buddhismo Mahayana, con Sua Santità il Drukpa Gyalwang come suo capo spirituale supremo.

La sua straordinarietà sta nel fatto che nel 1894 il giornalista russo Nicolas Notovitch sostenne che Gesù proprio ad Hemis diede origine ad una particolare confessione, scaturita nella scrittura di un vangelo altrimenti sconosciuto, la vita di San Issa, il migliore dei Figli degli Uomini, in cui viene sostenuta la tesi secondo cui proprio Gesù abbia viaggiato in India durante i suoi “anni perduti”!

Secondo Notovitch, il manoscritto era conservato proprio nella biblioteca Hemis.
Il monastero è famoso anche per il Festival dedicato al Signore Padmasambhava (Guru Rimpoche) venerato come reincarnazione di Hemis Buddha. Si crede essere nato il 10 ° giorno del quinto mese dell’anno Scimmia come previsto dal Buddha Shakyamuni. Inoltre si crede che la sua missione di vita era e rimane quella di migliorare la condizione spirituale di tutti gli esseri viventi. E così in questo giorno, che viene una volta in un ciclo di 12 anni, Hemis osserva un grande spettacolo in sua memoria.

ago 26, 2011

Giorno 3 – Monastero “naso di Tigre”

Prosegue l’affascinante scoperta dell’anima, della cultura e della religione tibetana…

Ci dirigiamo verso Stakna Gompa, monastero buddista a 25 chilometri dalla Valle di Leh sulla riva destra del fiume Indo.

Questo Gompa, che ospita attualmente circa 30 monaci, appartiene alla setta buddista del Drugpa.

È stata fondato alla fine del XVI secolo da uno studioso del Buthan, Chosje Jamyang Palkar, divenuto poi santo.

Il nome, che letteralmente significa “il naso di tigre” è stato dato perché questo gompa è stato costruito su una collina a forma di muso di tigre.

Questo monastero fa parte dei tanti possedimenti di proprietà ecclesiasticai offerti dal Jamyang Dharmaraja Namgial al santo, intorno al 1580 d.C.

L’immagine più bella e rappresentativa all’interno del monastero è quella costituita da una statua raffigurante Arya Avalokitesvara, donata dalla gente di Kamrup.

Stakna Gompa ha anche un certo numero di monasteri collegati ad esso, cioè Mud and Kharu e quelli di Stakrimo, Bardan and Sani in Zanskar.

Entrando nel cortile centrale, si incontra l’Dukhang (la sala principale).

La statua principale, che misura sette metri d’altezza, è completamente ricoperta d’argento dorato ed è stata eretta all’interno del Dukhang nel 1950.

Il monumento spirituale (stupa) comprende una statua del Buddha e numerosi testi buddisti. La parete sinistra della Dukhang è ornata con tre nuovi dipinti, quelli della Tsephakmad (una divinità buddista), Sakyamni (il Buddha storico) e Amchi (il Buddha Medico).

La parete di fronte all’ingresso Dukhang è dipinta con tre immagini, quelli di un Bodhisattva, Padmasambhava (uno studioso indiano e traduttore di testi buddhisti in Tibet) e Tshong-san-gompo (uno dei primi re del Tibet).

A destra della sala sono le statue di Sakyamuni (il Buddha del passato), del Buddha del Presente e del Buddha Maitreya (Buddha del futuro).

Posto in uno scenario straordinario, per raggiungerlo dobbiamo attraversare un ponte letteralmente coperto da bandiere e stendardi con impressi “Mantra” e preghiere. Queste “bandierine” ci accompagneranno in ogni luogo del nostro viaggio, appese su monasteri, su case, su rocce… ovunque, donandoci un’impressione di gioia per i loro colori variopinti, ma anche di profonda spiritualità affidata alla forza del vento che dovrà diffondere quelle preghiere per le valli e le montagne….

Proseguiamo poi per il monastero di Matho fondato nel XVI secolo da Lama Dorje Dugpa, appartenente all’Ordine Sakya.

Questo gompa è l’unico nella regione del Ladakh appartenente al Sakyapa e si dice che sia uno dei pochi che sta vedendo un aumento di monaci negli ultimi anni.

Bisogna considerare che i monaci fanno una vita altamente riservata e di preghiera ed il loro sostentamento viene solo da offerte e donazione della popolazione circostante.

In questo monastero fotografiamo delle meravigliose statue che sono state appena restaurate con le loro incredibili verniciature in oro e meravigliosi e intensi effetti cromatici.

In questo monastero accade un episodio simpaticissimo: un monaco incuriosito dalle fotocamere, ci chiede di osservarne una da vicino, noi gliela consegniamo e lo invitiamo a scattare una foto, ma quando poi se la rivede nel visore posteriore….impazzisce dalla gioia e ci prende cosi gusto, che alla fine dobbiamo quasi faticare nel convincerlo a riavere indietro la macchina!!

ago 11, 2011

Giorno 2 – I Monasteri alle porte dell’Himalaya

Il Ladakh ha la maggior concentrazione di monasteri, gompa, chortens e stupa subito dopo il Tibet. La visita dei monasteri è quindi un’attrazione molto forte in questa terra. In tutti i monasteri si vede una forte influenza del Buddismo tibetano. Ognuno è un vero e proprio museo da visitare ma anche da capire e da conoscere.

Al mattino presto ci muoviamo in direzione sud. Durante il percorso ci imbattiamo in una affascinante vallata semidesertica nella quale spiccano delle costruzioni bianche in numero impressionante, sono gli “STUPA”.

Lo Stupa è un monumento buddhista, la cui funzione è quella di conservare reliquie. È anche un monumento spirituale e rappresenta il corpo di Buddha, la sua parola e la sua mente che mostrano il sentiero dell’illuminazione.
Ci fermiamo a fotografarli e ci rendiamo conto della loro importanza solo quando continuiamo ad incontrarne lungo le strade più nascoste e desertiche della regione.

Partiamo quindi alla volta del Monastero di Thiksey il quale ci dicono conservi una meravigliosa e gigantesca statua del Budda in ottone alta15 metri.

Il monastero di Thiksey, situato a 19 kmda Leh, ed è considerato il più grande gompa nel Ladakh centrale. È famoso per la sua somiglianza con il Potala di Lahsa. Situato ad un altitudine di 3600 metri, domina tutta la valle. Appartiene all’ordine dei Gelukpa (berretti gialli) ed è costruito completamente in stile tibetano. Dal tetto si può ammirare un panorama mozzafiato su tutta la valle e su tutte le vette che lo circondano.

Una particolarità: ai piedi del Monastero vengono depositate pietre votive scolpite a mano,  una usanza che ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Infine, concludiamo la giornata con una visita al Palazzo Shey che venne costruito dal re Deldan Namgial nel XVII secolo. È caratterizzato dalle 3 statue del Budda Shakyamuni che vennero ordinate dal Re in memoria del padre Singay. Questa tipologia di statue è possibile trovarle solamente qui. Il monoastero Stakna, che si trova a25 km di distanza da Leh, è così chiamato perchè assomiglia al naso di una tigre. “Stakna” infatti significa naso di tigre. Qui vi risiedono circa 30 monaci.

Il monastero Matho appartiene all’ordine Saskya. Fu fondato circa 500 anni fa dal Lama Dugpa Dorje.

Anche qui mi colpisce una stanza dedicata alle lampade votive, un ambiente ascetico mistico di grande suggestione che riesco a cogliere con la fotocamera fra i fumi e i profumi nella penombra.

 

ago 6, 2011

Giorno 1 – Ladakh


Quasi ventiquattro ore di aereo da Roma…Malpensa…Francoforte…Delhi e infine Leh per raggiungere il tetto del mondo.


L’ultima fase quella piu emozionante: partenza alle 5 ora locale da Delhi per Leh, sono stanco..ho dormito molto poco ma quando, dopo un’ora di volo, vedo una luce bianca quasi artificiale tagliare l’interno dell’aereo capisco che ci siamo.
Il pilota comincia ad effettuare colpi d’ala a destra e poi a sinistra sfiorando le cime innevate del Karakorum e dell’ Himalaya, la luce diventa accecante, prendo la macchina fotografica e scatto due tre foto dall’oblò.. la visione è affascinante.
Atterraggio avventuroso su una pista in cemento che assomiglia di più ad un cavalcavia dell’autostrada del sole: è costruita in salita appositamente per frenare in anticipo l’aeromobile.
Scendiamo. Si percepisce subito una brutta impressione; siamo giunti in un area militarizzata (visto che il Ladakh è in una zona strategica fra tre stati, ancora contesa tra Pakistan Cina e India, ma fortunatamente ci tranquillizziamo quando vediamo i volti delle persone, gentili, disponibili, sempre sorridenti.
La città è dominata dal City Palace antica residenza reale del XVI secolo; a destra in alto il Forte della Vittoria eretto dal Re Namgyal, e poi la cittadina molto piccola abitata da una comunità di Buddisti e da una minoranza di Musulmani, case di pietra e fango con due minuscoli mercatini e una strada centrale dove si raccolgono le venditrici di ortaggi e frutta, con i loro vestiti colorati e tradizionali che arrivano dalle zone rurali.
Vicoli con piccoli artigiani che lavorano l’argento, sarti, pasticceri, mucche che scorazzano indisturbate nelle strade e tanti cani randagi denutriti e addormentati per le stradine, in ogni scorcio si intravedono in lontananza montagne innevate maestose e impressionanti con i loro 7.000 metri di quota.
I volti delle persone sono incredibilmente umani, si capisce che quì sei un un mondo “speciale” pur nella loro semplicità e povertà, non mancano di dispensarti un sorriso, di risponderti in maniera gradevole ed educata sempre al tuo saluto.

Siamo arrivati in Ladakh, nella Valle del fiume Indo un altipiano a 3600 metri di quota, la testa gira un po’ quando ti sdrai per riposarti, ma sei consapevole di essere nelle terre Himalayane, nell’ultimo shangri-la…il “PARADISO DELLA PACE”.